Ritorniamo sulla questione lavoro sotto costo, dopo il gran parlare che si sta facendo in questi giorni sul No Free Jobs, cercando di sviluppare ulteriori considerazioni sui fenomeni in atto.
Per chi non avesse seguito la vicenda ecco il post riassuntivo di Stronco e ovviamente la pagina No Free Jobs per continuare a seguire gli aggiornamenti in tema di lavori sottopagati.
Le correnti di pensiero
Facendo il punto, i filoni attorno ai quali si sono radunate le conversazioni e le opinioni sono due: da una parte c’è l’argomento “proposte indecenti”, che racchiude un po’ anche il senso della protesta che si è sviluppata in rete, e che riguarda tutte quelle (purtroppo) frequenti situazioni di stage non retribuiti, di lavoratori a titolo gratuito, di collaboratori e freelance che si vedono proporre rimborsi irrisori.
Dall’altra parte, invece, c’è la questione della “svalutazione dell’ingegno”, che implica considerazioni di ben altro tipo. Come l’effettivo valore della laurea ai fini economici (e non) per i giovani, la crescente delocalizzazione delle imprese che vanno a cercare competenze in paesi a basso costo, e con tutto quello che ciò comporta in termini di occupazione, di salari sempre più bassi, di disuguaglianza tra generazioni.
Il microworking: cos’è?
Tra queste due correnti si inserisce un fenomeno interessante, finora non preso in esame: si tratta del cosiddetto microworking.
Il sostanza, il microworking è una forma di lavoro on-demand dove il lavoratore è chiamato a portare a termine tutte quelle “piccole attività relativamente facili per un essere umano ma impossibili da svolgere accuratamente per un computer”. Sembra che il microworking sia nato nel 2005 da un’idea di Amazon, chiamata Mechanical Turk. Amazon voleva esternalizzare quelle attività che non richiedevano un alto tasso di ingegno e competenze, e che potevano essere venute singolarmente on-line a persone disposte a svolgerle in qualsiasi parte del mondo.
L’idea di base, il Marketplace for Work (mercato digitale del lavoro) si è poi sviluppata ulteriormente, sfociando in piattaforme specifiche (anche made in Italy, come Twago) che fanno incontrare l’offerta freelance e la domanda di aziende che vogliono fare outsourcing di forza lavoro.
Il microworking, invece, si è evoluto in una direzione diversa: è diventato un esternalizzazione di micro attività che possono essere svolte soltanto da un alto numero di persone (al fine di essere efficaci) e per le quali non sono richieste competenze approfondite. Tutte queste attività (ad esempio, diventare fan o follower di una pagina aziendale, diffondere tra i propri amici quella pagina, fare dei commenti su YouTube, ecc.) vengono pagate con spiccioli (0,50 – 0,70 $ per ogni azione compiuta) che però messi insieme possono diventare un bel gruzzoletto. Per farvi un’idea delle attività e dei rimborsi per il microworking guardatevi il sito Microworkers.
Il microworking non “sfrutta” i lavoratori
Per un’azienda, il microworking è un modo veloce di aumentare i propri numeri e rafforzare la propria presenza nel web. Per un lavoratore disoccupato, potrebbe essere un’ancora di salvezza. Per un lavoratore fisso, può essere un modo facile di fare un extra guadagno. In ogni caso, vantaggi per tutti. E se ci pensiamo, la richiesta per questo tipo di lavoro è sempre più alta, dato che la disoccupazione cresce nei paesi avanzati, come anche la familiarità con gli strumenti del web da parte dell’utente “medio”.
Attenzione perché in questo caso, non si tratta di sfruttamento di risorse lavoro (come nel caso No Free Jobs), ma di estrema frammentazione delle attività di un’azienda, ognuna delle quali ha un prezzo, e che vengono svolte da persone assolutamente consenzienti, che hanno l’unico scopo di “fare cassa” in modo facile e assolutamente legale.
Però, non si tratta nemmeno di outsourcing, perché sono attività che non necessitano di competenze e ingegno. Quindi non si può parlare nemmeno di “svalutation”.
Il microworking NON è crowdsourcing
Il bello, però, è che tutte queste piattaforme di microworking (come anche Clickworker, CloudCrowd, MySocialJobs) sventolano alta la bandiera del crowdsourcing.
Ma in realtà non si tratta di crowdsourcing vero e proprio: perchè si, sono mansioni che non potrebbero essere svolte da un’unica persona, e quindi richiedono per forza l’apporto della massa, della “crowd” (aumentare i fan di una pagina, amplificare una notizia, ecc.). Ma è anche vero che non c’è intelligenza collettiva, non c’è progettazione partecipata, non ci sono esempi virtuosi di ciò che può essere fatto spremendo le “meningi” della folla. Come avevo scritto anche nel mio blog in crowdsourcing si può arrivare a fare ricerca & sviluppo, si possono fare piani strategici, si può fare una Costituzione!
I siti di Microworking, invece, non fanno altro che utilizzare risorse per compiti minimi a favore della reputation e del marketing di qualche azienda. Questo articolo di Stagliano (che mi ha ispirato il post) parla di “nuovo proletariato digitale”. Io lo chiamerei una sorta di taylorismo 2.0, dove al posto delle macchine ci sono computer, e al posto della catena di montaggio una miriade di microlavoratori sparsi nel mondo, che svolgono attività ripetitive e “alienanti”, per le quali non sono richieste competenze specifiche, né conoscenze particolari. Senza ingegno e senza passione. L’unico scopo è monetizzare.
Concludendo, il microworking è un fenomeno decisamente interessante, che rientra nel filone di post e riflessioni che si stanno sviluppando in rete, ma che non ha nulla a che fare né con le “proposte indecenti”, né con la “svalutazione dell’ingegno”. Non è da confondere né con il crowdsourcing, ma nemmeno con l’outsourcing.
E’ comunque un fenomeno da tenere sott’occhio, perché se i tassi di occupazione continueranno a scendere, e la situazione a restare critica, saranno sempre di più quelli che vi ricorreranno.
In un prossimo post proverò a inquadrare meglio tutti questi fenomeni e fare chiarezza su cosa può essere considerato crowdsourcing, e cosa invece no.
E voi, avete avuto esperienze di microworking? Che cosa ne pensate?
Fonti: R. Staglianò, HubPages








Elitre
22 novembre 2011
Interessante. La prima cosa che mi viene in mente però è il fatto che questo genere di attività falsa il web “sociale” per come lo avremmo voluto, uno specchio autentico dei nostri veri interessi – intendo, ulteriormente. E’ sempre stato possibile pagare per avere un tot di click, migliorare la propria posizione nei motori di ricerca e via dicendo. Che tutto questo sbarcasse sui social network era la logica conseguenza, però credo sia più costosa dei canali tradizionali. Probabilmente dà meno nell’occhio e genera più risonanza. Diciamo che da oggi comincerò a chiedermi più spesso quanti followers e like siano stati comprati e non ottenuti spontaneamente.
Alex
22 novembre 2011
[...] non fanno altro che utilizzare risorse per compiti minimi a favore della reputation e del marketing di qualche azienda [...]
Scusate, ma fare finta attività social dietro compenso vi sembra una cosa positiva? Forse i siti di microworking non avranno effetti negativi diretti sul mondo del lavoro ma a me sembrano alimentare invece una vera e propria forma di “prostituzione digitale”, o meglio “prostituzione social”…
Le aziende dovrebbero puntare di più sulla qualità dei loro prodotti, piuttosto che assoldare persone che ne parlino bene…
Simone Moriconi
22 novembre 2011
@Elitre io me lo sono chiesto spesso…
@Alex Hai pienamente ragione! Infatti con la frase che hai citato, non intendevo assolutamente valutare la cosa in modo positivo. Mi sono limitato a descrivere il fenomeno, poi se vogliamo parlare di attività social “falsate” ci vorrebbero altri post…Per il giro di fan “in nero” su Facebook leggi pure questo (http://daily.wired.it/news/comprare-fan-su-facebook.html) Però non saprei dire se dietro a ciò ci sia il microworking…che comunque rimane un’attività del tutto legale
Elitre
22 novembre 2011
@Alex, come già detto, è sempre stato possibile falsare dati e pagine da cui emergesse il prestigio della propria attività. A me interessa il meccanismo, ma non piace la sostanza.
@Simone, io non molto. Mi capita di seguire qualche divisione italiana di brand, e a giudicare dal numero di commenti, like, share e via dicendo, sembra che non se li fili quasi nessuno (non saranno particolarmente capaci o ancora non conoscono il microworking). D’altra parte, account stellari come il Twitter di Lady Gaga e altri idoli del momento potrebbero anche aver comprato metà dei loro seguaci, ma l’altra metà resterebbe comunque un numero spaventoso e soprattutto chiaramente reale (lo si desume non solo dalle vendite, ma da ogni tipo di iniziativa, dal far andare un hashtag in trend a quelle benefiche ecc.).
Stronco
23 novembre 2011
E’ venuto il momento di fare qualcosa di propositivo!
Torniamo a parlare di No Free Jobs, e questa volta parliamo di TEMI: proponiamo al nostro nuovo Presidente del Consiglio 10 cambiamenti!!! Forza, aspettiamo i vostri commenti costruttivi, realizziamo un decalogo, un manifesto, 10 spunti, 10 riflessioni, #10cambiamenti
#nofreejobs #10cambiamenti
Qui:
http://www.wikiculture.net/2011/11/23/caro-presidente-la-generazione-sottocosto-propone-10cambiamenti/
Commentate e… aiutateci a fare sharing, condividiamo su Facebook, Twitter, a voce, ditelo a tutti… #10cambiamenti