Quando si parla di crowdsourcing, ovvero il ricorrere al contributo della collettività per determinati progetti, si tende a fare un po’ di confusione sui termini e il loro significato.
L’idea di approfondire e fare chiarezza sull’argomento mi è venuta scrivendo il post sul microworking, dove mi sono accorto che siti come Clickworker si identificano all’interno della categoria di piattaforme di crowdsourcing. Questi siti, in breve, reclutano migliaia di persone on-line disposte a svolgere “micro jobs” (come diventare fan di una pagina, condividere un contenuto, classificare dei dati…) pagando pochi centesimi per ogni azione compiuta. Queste azioni, come già detto, sono “piccole attività relativamente facili per un essere umano, ma impossibili da svolgere accuratamente per un computer”, ossia sono compiti che non richiedono particolare ingegno o competenze, non trattandosi né di risolvere problemi complessi, né di contribuire a produrre idee nuove o innovazioni tecnologiche. Il fatto che si tratti effettivamente di crowdsouring è piuttosto opinabile: vediamo perché.
Il primo a utilizzare il termine “crowdsourcing” è stato Jeff Howe, in un articolo di Wired US, dal quale poi ha tratto il celebre libro Crowdsourcing. Why the power of the crowd is driving is the future of business (ora tradotto anche in Italiano). Secondo Howe, la potenzialità del crowdsourcing “si basa sul concetto che, essendo una richiesta aperta a più persone, si possono riunire quelle più adatte a svolgere determinate attività, a risolvere problemi di una certa complessità, e a contribuire con idee nuove e sempre più utili”. In buona sostanza, il crowdsourcing è una modalità alternativa per la risoluzione di problemi, che invece di essere risolti ricorrendo a risorse interne, vengono esternalizzati a gruppi più o meno ampi di persone.
Le tipologie di persone che si mettono a disposizione per la risoluzione di questi problemi sono diverse: possono essere amatori, persone appassionate di un settore che mettono a disposizione il proprio tempo gratuitamente; possono essere freelance, che invece lavorano su specifiche attività predefinite dietro compenso economico; possono essere utenti anonimi che svolgono piccole attività retribuite, come nel caso del microworking.
Vediamo quindi, che già dalla categoria di utenti, si delineano alcune differenze sostanziali all’interno della scatola “crowdsourcing”. Tutte queste pratiche sono però unite da un filo conduttore che è il ricorso alla collaborazione di gruppi di persone esterne. Per cercare di capire (e far capire) meglio come si differenziano le forme di crowdsourcing, ho elaborato questa matrice orientativa, che ora proverò a spiegare (scusate, ma non sono un grafico
).
Ho individuato due assi: uno è relativo alla tipologia di solvers, che possono essere singole persone o gruppi indefiniti; l’altro si riferisce alla tipologia di problemi da risolvere ricorrendo alla “crowd”, che possono essere problemi “facili” o mansioni generiche, oppure problemi complessi e strutturati.
Nel segmento in basso a sinistra troviamo le piattaforme di Marketplace for Work, come Twago o Guru, ad esempio. Le problematiche da risolvere sono attività o serie di attività che vengono demandate in outsourcing. La maggiorparte delle attività esternalizzate sono piuttosto generiche come sviluppo siti web, grafica, traduzioni. I solvers perlopiù sono singoli freelance con competenze nel settore, che vengono pagati a budget per lo svolgimento dell’attività. L’obiettivo, come dice Silvia Foglia di Twago in questa intervista, è quello di agevolare l’incontro tra aziende e professionisti.
In basso a destra abbiamo il microworking: anche in questo caso troviamo delle problematiche generiche, ma non c’è ricorso a professionisti, dato che sono richieste competenze minime, se non nulle (diventare fan di una pagina, essere follower, lasciare commenti positivi, e cosi via). Si può arrivare anche alla traduzione o alla catalogazione di dati, ma la differenza è che, in questo caso, le attività vengono esternalizzate ad un gruppo vasto e indefinito di persone, che vengono pagate qualche spicciolo per singola attività.
Le cose cambiano quando i problemi si fanno complessi. In questo caso siamo nel segmento dei progetti “open”.
Se il problema complesso è demandato a singoli solvers abbiamo le piattaforme di Open Innovation, come Innocentive, ad esempio. Qui i problemi sono di natura diversa: fisica, chimica, matematica, scienze. Le aziende che propongono problemi da risolvere, sono grandi realtà che si affidano a specifiche competenze che potrebbere trovarsi da qualche parte nel mondo. Se ne servono per fare R&D, innovare i prodotti, sviluppare modelli economici complessi. Ci sono sostanziosi premi in palio, ma i solvers non sanno chi è il committente, perlomeno all’inizio. Quindi non si tratta di un Marketplace for Work, perché non c’è accordo tra l’azienda e il freelance prescelto. C’è solo un problema complesso che diverse persone provano a risolvere singolarmente, e l’azienda premia colui che ha trovato la soluzione migliore.
Quando, invece, lo sviluppo di un progetto o una piattaforma complessa è affidato a gruppi indefiniti e vasti di persone ci troviamo nel caso dell’Open Source: software come Firefox, Open Office, Gimp; l’enciclopedia Wikipedia; il sistema operativo Android. Ogni utente contribuisce a creare il suo “pezzettino” di soluzione, mettendo a disposizione il proprio tempo e le proprie competenze. La community auto-regola i contributi che arrivano da tutte le parti. Non si giunge mai ad una risoluzione completa, ma a continui aggiornamenti e revisioni del sistema. Non ci sono rimborsi economici.
C’è da dire che non possiamo utilizzare né il denaro, né la motivazione come discriminante degli assi, perché tutte queste attività vengono retribuite o premiate (apparte l’open source) e le motivazioni possono essere di vario tipo a tutti i livelli, anche se sicuramente a livello di Marketplace for Work e Microworking il guadagno di soldi è lo stimolo principale. Di fronte alle sfide più complesse poste dall’Open Innovation e Open Source, a mio avviso, il denaro passa in secondo piano, ed entrano in gioco altri fattori come l’appartenenza a una comunità, l’affermazione personale, la sensazione di contribuire a una causa collettiva.
La mappa che ho cercato di creare serve a fare un po’ più di chiarezza sulla questione crowdsourcing, anche a livello più “teorico”. L’argomento è molto vasto e interessante, quindi si potrebbe intavolare un bel confronto sulle varie prospettive del crowdsourcing
Voi che ne dite?










Proudence
6 dicembre 2011
Ottimo articolo, e grande l’ambizione di teorizzare qualcosa di tremendamente pratico e bottom-up come il crowdsourcing.
Condivido e diffondo.
Simone Moriconi
6 dicembre 2011
Grazie!!
skalab
9 dicembre 2011
Noi nel nostro piccolo ci stiamoprovando…le tue osservazini ci interessano!
Ciao ciao
fr@
http://www.crowdsourcingnetwork.it/mediawiki/index.php/Education_and_technology
Kreactivo
30 dicembre 2011
Il settore è a dir poco molto interessante e stiamo creando una start up basata su alcuni aspetti del crowdsourcing ancora poco esplorati.
diavolodelmare
11 gennaio 2012
Scusate un informazione, io ho sentito parlare tanto anche di aziende italiane che praticano il crowdsourcing, ma se uno volesse organizzarlo con premi in denaro, deve chiedere autorizzazioni alla camera di commercio, il confine tra un concorso a premi e il crowdsourcing è molto sottile…
spero esista qualcuno in grado di rispondere perchè online non c’è nulla a riguardo !
Simone Moriconi
12 gennaio 2012
Ciao e grazie del commento
In effetti poni una questione piuttosto interessante e senz’altro vera. Personalmente non so risponderti al riguardo, dipende dal tipo di iniziativa che volete portare avanti. La normativa sul concorso a premi si applica per le iniziative tipo “contest”, che sì, possono essere annoverate anche come “crowdsourcing” per certi versi, ma sarebbe piuttosto riduttivo.
In ogni caso ti segnalo il sito Innocentive (http://www.innocentive.com/) utilizato da molte grandi aziende. Danno ricompense in denaro ai vincitori, ma non sottostando alla legge italiana non so dirti se è assimilabile a un concorso a premi.
Poi, per darti altre idee ti consiglio di guardare questa lista (http://www.15inno.com/2010/03/02/open-innovation-examples-and-resources/) di iniziative di crowdsourcing fatte da aziende varie, così puoi anche prendere spunti…Spero di esser stato utile.
Ciao!
diavolodelmaree
12 gennaio 2012
grazie per la risposta, fossimo all’estero non mi porrei il problema, ma in Italia si.
cmq cercando un po’ in rete ho visto esempi di crowdsourcing organizzati anche dagli stessi comuni, ma si sa che quando qualcosa riguarda il cittadino comune le cose son sempre più complicate.
In sti giorni andrò a chiedere alla camera di commercio e sorrido già all’idea che quando pronuncerò la parola crowdsourcing, mi guarderanno come se parlassi arabo
se so scopro qualcosa vi faccio sapere !! saluti e grazie.