Io wiki. E tu? – Intervista a Antonio Amendola

Finalmente riesco a pubblicare (e sono molto felice di farlo) l’intervista realizzata per la nostra rubrica “Io wiki. E tu?” ad Antonio Amendola, bravissimo fotografo che ho avuto il piacere di conoscere di persona e, tra le altre cose, fondatore del progetto Shoot 4 Change (di cui vi abbiamo parlato qui).

Quando senti la parola “wiki” cos’è la prima cosa che ti viene in mente?
Condivisione, partecipazione, creatività contagiosa.

Il progetto Shoot4change ci ha colpito fin da subito, ti andrebbe di illustrarcelo brevemente?
E’ un’iniziativa non profit nata con un “semplice” blog che parlava del potenziale intrinseco della fotografia di portare un cambiamento sociale attraverso la presa di consapevolezza sui fatti del mondo.
Le cose sono andate velocemente avanti, facendone un network…anzi, un movimento. Un Movimento di persone accomunate dalla voglia di raccontare le tantissime storie di prossimità che non vengono considerate “remunerative” dall’informazione mainstream. E quindi restano invisibili. S4C mette a disposizione gratuitamente l’impegno dei propri fotografi volontari per raccontare queste storie, al servizio di queste piccole (o in alcuni casi addirittura minuscole) associazioni di volontari invisibili. Ed e’ anche diventata ormai una piattaforma di citizen journalism a disposizione di chiunque voglia raccontare storie simili.

Parli spesso di CrowdPhotography, cosa intendi di preciso con questo termine? Pensi che la capacità emotiva delle immagini riesca a smuovere più facilmente la collaborazione tra le persone?
Si, lo penso davvero.
Crowdphotography è una parola che rende bene quel che facciamo in molti casi: lanciamo delle sfide ai nostri volontari. Raccontare a più voci – pardon, a più occhi! – delle storie, dei temi, degli eventi. E facendo così abbiamo scoperto che sia l’entusiasmo che la creatività sono contagiose. Se è vero che una storia può essere raccontata da più punti di vista, cosa c’e’ di più bello che farlo? Se metti in riga diversi fotografi chiedendogli di scattare la stessa foto nello stesso istante, otterrai foto DIVERSE. Una storia, un reportage, così’ composti arricchiscono non solo chi li legge ma anche chi li realizza, perché ci si sente parte di un progetto collettivo.

Lo chiediamo spesso ai nostri intervistati e nel tuo caso ci sembra ancora più appropriato, pensi che Internet possa davvero cambiare il mondo? E in che modo?
Lo ha già fatto. Mai come oggi, e mai come nell’anno che sta terminando. Penso alla primavera araba, alimentata e, in parte, portata al successo, grazie ad Internet, Twitter, Facebook ed alla condivisione immediata di immagini potenti e dal basso. Anzi, potenti proprio perché dal basso. Io conosco personalmente solo una minuscola percentuale dei membri di S4C in giro per il mondo. Con tutti gli altri ho contatti solo attraverso Internet. Molti sono solo un nickname per me. Ma mi mandano in tempo reale le loro immagini, le loro storie. E le condivido in tempo altrettanto reale. Siamo tutti collegati. Verrebbe da dire un’intelligenza creativa collettiva online al servizio del racconto di storie. Non so se è così che si cambia il mondo. Ma so per certo che il mondo – per come lo conoscevo – è cambiato.

I Social Media hanno dato sfogo ad una voglia spasmodica degli utenti di condividere e raccontare, come pensi si possa canalizzare questo entusiasmo verso iniziative socialmente utili?
Dando un senso e un obiettivo. Sono d’accordo con te, c’e’ una vera voglia spasmodica di condividere, alla quale si associa un’inevitabile bulimia di immagini. E’ una fase, credo, fisiologica derivata dalla disponibilità di mezzi tecnici che lo consentono. E’ il bello dei social network e di applicazioni fotografiche alla portata di tutti (io stesso sono un enorme utilizzatore di app come Hipstamatic e Instagram… anzi, vediamoci lì ok?). Credo, però, che già adesso si stia assistendo ad una razionalizzazione e canalizzazione di questo entusiasmo visuale (e forse S4C ne è una prima prova). Lo abbiamo verificato in prima persona: se ispiri i tuoi lettori a contribuire personalmente al racconto di una storia, lo fanno entusiasticamente. E in maniera facile, perché capiscono che non occorre essere il grande fotografo del National Geographic per raccontare grandi storie. Se poi il racconto si indirizza su realtà dimenticate, sottovalutate o ignorate si ottiene un effetto positivo e socialmente utile che, alla fine, alimenta come una dinamo l’entusiasmo e la voglia di condividere e raccontare.

Da fotografo probabilmente hai ben presente questo problema, pensi che la natura libera e incontrollata della Rete sia conciliabile con la protezione della proprietà intellettuale?
Institivamente verrebbe da dire no. Occorrono dei minimi set di regole per tutelare non solo chi racconta storie e le condivide ma anche chi è stato fotografato! Un fotografo documentarista sa (o, almeno, dovrebbe capire) che quando si scatta – ad esempio – un ritratto in una situazione di crisi o di disagio sociale, è come se si stipulasse un accordo tacito tra lui e chi è stato ritratto. Quest’ultimo affida al fotografo la propria immagine, la propria dignità. E il fotografo si fa carico di questa responsabilità. Se quell’immagine sfugge completamente al controllo del fotografo, si rischia di rompere quel “patto”. Detto questo, è innegabile che la natura di Internet sia proprio nella libertà di circolazione delle informazioni e deve essere salvaguardata. Ma occorre trovare un bilanciamento tra questo e la valorizzazione dell’impegno di tanti professionisti che, spesso, rischiano anche la vita per raccontare certe storie.

Forse il web non ha ancora cambiato il mondo ma senza dubbio ha cambiato molti aspetti della nostra vita quotidiana, secondo te ha cambiato anche il modo di scattare fotografie? Fenomeni social come Instagram secondo te che risvolti possono avere?
Paradossalmente, e ne sono affascinato, stiamo riscoprendo il piacere di fare fotografie come un tempo! Facci caso. Più andiamo avanti e più le app e i sw di editing fotografico a portata di tutti riproducono la fotografia analogica. E i suoi tempi! Non solo gli effetti che danno una resa simile – ad esempio – alle vecchie Lomo, Holga, Polaroid etc (ma anche rese simili al medio formato) ma anche costringono ad un’attesa ed una scelta degli effetti da applicare una volta scattata la foto, che ricordando (seppur in scala necessariamente ridotta) le scelte tipiche di una camera oscura. Foto per foto! Proprio Instagram, ad esempio. Scatti, attendi lo “sviluppo”, applichi un effetto, attendi il caricamento online. E il gioco è fatto. La fato non è modificabile ed è già condivisa. Una “vera” Polaroid, scattata, stampata e consegnata! Molto poco digitale; molto analogica! …e non è un caso se proprio le Polaroid stiano ritornando di moda….
Io, ad esempio, sto ricominciando a scattare tantissimo proprio in pellicola! E questo sta avendo un effetto positivo sulla mia tecnica fotografica digitale, perché scatto in maniera molto più ragionata, ponderata. Insomma, viva le nuove app fotografiche ci ci stanno facendo riscoprire il gusto della fotografia come una volta! Un bell’ossimoro, non trovi?

Quali sono secondo te i punti deboli della collaborazione spontanea online? E soprattutto, secondo te esiste davvero? O è una “tendenza” passeggera?
Forse, ma sottolineo forse, la non completa ponderazione della portata della stessa collaborazione. La velocità alla quale si processano e condividono informazioni – spinta dall’entusiasmo – può far perdere di vista l’importanza dell’approfondimento (nel giornalismo, ad esempio, questo si traduce nel non avere tempo di verificare le fonti!).
Sono convinto che la collaborazione spontanea online esista e non sia una tendenza passeggera. Dobbiamo solo abituarci a svolgerla al meglio.

Da poco abbiamo avviato una sezione dedicata alla Media Education perchè lo riteniamo un passaggio chiave per trasmettere ai Nativi Digitali l’importanza della Rete, pensi che sarebbe opportuno insegnare l’uso responsabile dei Nuovi Media a scuola?
Ne sanno più di noi! Scherzi a parte, è importante e fate bene a farlo. Nel nostro piccolo, noi di S4C, abbiamo un progetto chiamato S4C Next Generation con il quale stiamo formando gruppi di bambini e ragazzi ad un uso della macchina fotografica finalizzato al racconto sociale ed alla migliore osservazione della realtà che ci circonda. Anche questa, forse, e’ Media Education.

C’è un progetto o un’iniziatva che ti senti di segnalarci?
Vorrei segnalare l’intero movimento Occupy. Con l’hastag #occupy abbiamo assistito ad una sorta di fenomeno wiki, in cui coloro che volevano esprimere la loro voce, la loro rabbia pacifica, il loro dissenso costruttivo lo facevano sui social network aggiungendo il loro luogo, o non-luogo, da “occupare” anche solo idealmente. Da #occupywallstreet a #occupytheworld

Mattia Marasco (@mattiamarasco)

 

Riferimenti:
www.shoot4change.net
- www.antonioamendola.com

 

About author
Blogger compulsivo e ideatore del progetto WikiCulture. Laureato in Media e Giornalismo con una tesi dedicata alla collaborazione spontanea e alla creazione condivisa nel web” -> Segui @mattiamarasco

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